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Gli alieni esistono, siamo noi che non sappiamo trovarli

Jill Tarter, direttrice del centro di ricerca presso il SETI e ideatrice del progetto SETIquest, lo ha detto chiaramente in occasione del 25esimo compleanno del più importante istituto per la ricerca di intelligenza aliena: “Siamo arrivati a un punto di svolta nella ricerca di vita extraterrestre”.

Piano con gli entusiasmi. Punto di svolta non significa che siamo finalmente entrati in contatto con le prime intelligenze extraterrestri. Al contrario, dopo 25 anni passati a dragare il cosmo per catturare segnali di vita aliena, i “pescatori” del SETI non hanno ancora tirato un solo merluzzo in barca, è giunto dunque il momento di cambiare radicalmente approccio.

A suggerirlo non è solo la Tarter, ma anche due pezzi da novanta che proprio in questi giorni hanno increspato le acque del dibattito sul SETI con importanti dichiarazioni.

Il primo è Stephen Hawking, che proprio in questi giorni si è dichiarato “matematicamente sicuro” dell’esistenza di forme di vita aliene, precisando però che l’uomo farebbe bene a starne alla larga. “Se mai gli alieni verranno a farci visita”, ha dichiarato nel nuovo programma televisivo di Discovery Channel, “penso che il risultato sarebbe assai simile a quando Cristoforo Colombo ha raggiunto le coste delle Americhe. Evento che non ha sicuramente fatto del bene ai nativi americani”. Per capire come mai probabilmente gli alieni sono tipi che non vorresti come vicini di casa, dice Hawking, basterebbe guardarsi allo specchio: “Me li immagino su enormi navicelle, popolazioni nomadi che hanno consumato tutte le risorse del loro pianeta e cercano pianeti rigogliosi da conquistare e colonizzare.”

Di tutt’altro avviso è l’astrofisico ed esperto di esobiologia Paul Davies, che nel suo nuovo saggio The Eerie Silence spiega che se non abbiamo ancora trovato ET è perché lo cerchiamo male. “Non solo l’universo è più strano di quanto immaginiamo”, scrive nel libro, “ma è addirittura più strano di quanto possiamo immaginare”. Omini verdi, lucertoloni dalle zanne affilate, teneri ET con la mania dei telefoni? Dimenticate tutto. Le possibilità che gli extraterrestri siano anche solo lontanamente antropomorfi, secondo Davies, è pura fantasia. “Fra un milione di anni, se l’umanità non sarà ancora stata spazzata via, l’intelligenza biologica sarà vista come un semplice stadio intermedio verso un’intelligenza potente, adattabile e immortale, l’intelligenza che contraddistingue il regno delle macchine.”

A giudicare dalle dichiarazioni dei due, dunque, questa nuova fase nella caccia all’alieno comincia all’insegna della confusione. Organismi biologici o macchine? Nomadi guerrafondai o placide intelligenze votate all’edonismo? Non è dato saperlo. Nel frattempo, al SETI hanno deciso di rendere open source i dati raccolti da 25 anni a questa parte, nella speranza che, mettendo a disposizione di tutta l’umanità gli strumenti per sondare il cosmo, ci avvicineremo più rapidamente al giorno in cui i nostri scienziati potranno sbobinare il primo messaggio da un’altra galassia.

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